Classi naturalmente effervescenti

 


Prima di diventare dirigente mi ritrovavo spesso a pensare a che tipo di insegnante fossi. 

Quando in altre classi vedevo scene diverse: file di pupi imbalsamati o bolge incontrollate.
E io? "Con lei i ragazzi stanno buoni"- mi dicevano i collaboratori, che in genere sono i più infallibili giudici degli insegnanti.
Li vedevo agitarsi a volte, tamburellare sul banco, sventolare quaderni e costruire architetture in equilibrio con matite e altro materiale di cancelleria. Da inesperta docente alle prime armi mal sopportavo questi sommovimenti, che man mano ho imparato a decifrare come insopprimibile desiderio di muoversi, dovuto alla quotidiana costrizione nella posizione seduta.

Ma aggiungo anche che è assolutamente normale che in classe si partecipi, si chiacchieri a volte, si interrompa - alzando la mano - si domandi, si obietti, si discuta.
Ogni tanto, come un direttore d'orchestra che ode una dissonanza, il docente può lanciare occhiate, fare segnali o alzare poco il tono di voce per riportare all'ordine qualcuno che si agita un po' troppo; o può ricordare che alzare la mano non equivale a ricevere il permesso di parlare e a volte arrabbiarsi pure. Ma l'operosità e il lavoro comune di un laboratorio fanno rumore, devono fare rumore.

Quel silenzio concentrato in cui la classe ascolta in un momento molto pregnante, è gratificante certo, ma se supera i due-tre minuti non è “corrispondenza di amorosi sensi”, è solo che hanno staccato l'audio.

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