Valutare per l'apprendimento
Tra addetti ai lavori, parlare di valutazione richiama la fine di qualcosa, di un periodo, di un anno, di una verifica.
Eppure, la valutazione è di solito il primo dei segnali che arriva alle famiglie e l'inizio, volte burrascoso, del rapporto con esse.
Non solo. Essa è soprattutto il principale segnale della validità dell'insegnamento stesso.
Se la maggior parte della classe fallisce in una verifica questo risultato dovrebbe interrogare innanzitutto l'insegnante. La valutazione, infatti, costituisce forse l'unico feedback di cui insegnante dispone per calibrare la propria didattica.
La valutazione avviene o dovrebbe avvenire non solo alla fine del percorso di apprendimento, ma mentre l'apprendimento accade e si svolge. Si tratta della valutazione per (non dell’) apprendimento.
“Per” vuol dire a servizio dell'apprendimento: alunno e insegnante possono avvalersene per capire in cosa e come migliorare.
Non riguarda quindi solo gli studenti, ma insegnanti e studenti che da essa ricevono informazioni su ciò che fanno per modificare l’insegnamento, per adattare le strategie didattiche e incoraggiare il progresso verso gli obiettivi desiderati, indicando il punto raggiunto e il passo successivo da fare.
Non sono stata un genitore facile per i prof di mia figlia. Di fronte a un brutto voto chiedevo: cosa deve fare mia figlia per passare da questo 5 al 6? Il più delle volte non ricevevo risposta. Ecco, un insegnante che non sa spiegare, in concreto, a un alunno come migliorare non ha lavorato abbastanza su questo tipo di valutazione. Che ne dite?


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